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Quando si parla di Kumamoto, il primo “personaggio” a cui si pensa è Kumamon, il pacioso orso nero, mascotte della città. Ma questa località del Kyushu ha ospitato in passato anche una figura storica di grande importanza: Miyamoto Musashi, considerato il più grande spadaccino del Giappone.

Oltre ovviamente al castello di Kumamoto, simbolo della città (purtroppo gravemente danneggiato dal terremoto nel 2016), un altro luogo che fu testimone della presenza del samurai è il Tempio Unganzenji (雲巌禅寺), con la grotta Reigando (霊巌洞)

L’Unganzenji si trova a poco più di una decina di chilometri dal centro di Kumamoto, ma il tragitto per arrivarci fa presto dimenticare di essere così vicini alla città. Per raggiungerlo, infatti, si sale verso il Monte Kinbo, lungo strade fiancheggiate da boschi, campi e frutteti di agrumi.

Arrivando in auto, è proprio Miyamoto Musashi a darci il benvenuto, sotto forma di una curiosa statua che vigila sul parcheggio, a fianco di un onnipresente distributore automatico di bevande.

Il Tempio Unganzenji a Kumamoto

L’entrata del tempio è immersa nella tranquillità della campagna giapponese. Due statue di nio, i guardiani dal volto corrucciato, sorvegliano l’ingresso, che è nascosto nel verde, dopo una scalinata di pietra.

L’edificio principale del tempio risale a quasi 700 anni fa. Si ritiene sia stato costruito nel 1351 dal monaco zen di origine cinese Toryo Eiyo. L’Unganzenji è conosciuto anche come Iwato Kannon (岩戸観音), in onore della statua del bodhisattva (lo stesso Kannon a cui è dedicato il Sanjusangendo a Kyoto) custodita nella grotta. Leggenda vuole che la statua si sia misteriosamente arenata nella grotta prima ancora della fondazione del tempio, traghettata a terra da una tavola di legno dopo che la nave che la trasportava affondò.

All’entrata del tempio ci accolgono due guardiani nio. | Foto di Gianpiero Mendini

Il tempio si trova nello stesso luogo fin dalla sua fondazione. Ha subito danni a causa degli eventi atmosferici, ma conserva tuttora la sua posizione e la sua antica storia. Fin da tempi lontani, l’area circostante è stata considerata sacra per via delle sue misteriose formazioni rocciose, ed è stata sede di pratiche ascetiche. Ora è la quattordicesima tappa del pellegrinaggio dei 33 Kannon del Kyushu (九州西国三十三箇所 Kyushu Saigoku Sanjusan Kasho) e fa parte delle Proprietà Culturali Importanti designate dallo stato.

Le statue in pietra degli arhat: presenze benevole o inquetanti? | Foto di Gianpiero Mendini

Il tempio però è solo il punto di partenza della visita. Da lì infatti parte il sentiero che conduce alla grotta, attraversando un bosco popolato da misteriose e inquietanti creature di pietra: i 500 arhat.

Le 500 Statue dei Discepoli del Buddha

Sui terreni in pendenza ai lati della via che porta alla grotta, mimetizzati tra il muschio e le rocce, spuntano centinaia di statue di pietra. Raffigurano degli arhat (in giapponese rakan), ovvero discepoli di Buddha che hanno raggiunto il nirvana. Sono opera di un devoto mercante, Fuchitaya Gihei, che impiegò 24 anni per scolpirle, dal 1779 al 1802. Molte mostrano i segni del tempo e ad alcune manca la testa: l’hanno persa per via dei terremoti o a causa del movimento di distruzione delle statue buddhiste durante la restaurazione Meiji.

Tante, tuttavia, conservano ancora volti espressivi, uno diverso dall’altro. Illuminate in parte dalla luce che filtra tra gli alberi, nel silenzio mattutino del sentiero in quel momento deserto, avverto su di me i loro sguardi… nonostante la loro immobilità, sono presenze vive che emanano energia. E mi accompagnano fino alla grotta Reigando.

La grotta Reigando, dove meditava Miyamoto Musashi

La grotta Reigando si raggiunge salendo una ripida scalinata in pietra. Una comodità relativamente recente: nei tempi antichi, era necessario arrampicarsi sulle rocce o usare una scala di corda.

La collocazione e la forma della grotta la rendevano adatta alla meditazione e al ritiro spirituale. | Foto di Gianpiero Mendini

Si apre come una bocca tra le rocce, ampia ma non troppo alta, né profonda. Alzando lo sguardo, sul soffitto si intravedono tre caratteri cinesi incisi nella pietra, che rappresentano il nome del luogo: 霊, 巌, 洞 Sono rimasti tali e quali dalla fondazione del tempio.

Io e il mio compagno di viaggio abbiamo il privilegio di essere i soli visitatori in quel momento, riuscendo così a percepire la sacralità del luogo, meta di asceti e luogo di meditazione fin dall’antichità.

Al centro della grotta è collocata una grande pietra: forse Miyamoto Musashi si sedeva proprio lì sopra per meditare. | Foto di Gianpiero Mendini

Non è difficile quindi immaginare seduto lì dentro, intento a meditare, l’ospite più celebre di questa grotta: Miyamoto Musashi.

Miyamoto Musashi

Nato presumibilmente nel 1584, Miyamoto Musashi è stato un samurai del primo periodo Edo, stratega militare e artista al servizio dei daimyo. È considerato il migliore spadaccino della storia del Giappone: si dice che dai 13 ai 29 anni abbia combattuto in sessanta duelli, rimanendo sempre imbattuto. Successivamente, si dedicò per lunghi anni al perfezionamento delle tecniche marziali e fondò una propria scuola di spada, la Niten Ichiryu.

All’approssimarsi dei 60 anni, si ritirò per dedicarsi allo studio, alla letteratura e ad altre arti e discipline, come la pittura e la calligrafia. Nel 1640 giunse a Kumamoto, su invito del signore feudale Hosokawa Tadatoshi. Vi trascorse parte degli ultimi anni della sua vita, ritirandosi per un anno nella grotta Reigando, dove si dedicò alla meditazione e alla scrittura, in particolare della sua celebre opera Il libro dei cinque anelli.

Foto di Gianpiero Mendini

Morì di malattia poco dopo la stesura del libro, intorno ai 62 anni (età molto avanzata per la media dell’epoca). Su di lui esistono svariate leggende e alla sua figura sono ispirate numerose opere e personaggi della cultura moderna, dai film ai manga.

Il Libro dei Cinque Anelli

Il Libro dei Cinque Anelli (Gorin no Sho 五輪書) è un classico tra i trattati sulla strategia militare e condensa tutto il sapere di Miyamoto, ormai giunto alla fine della sua esistenza. È conosciuto anche come Il Libro dei Cinque Elementi, in quanto è diviso in cinque capitoli corrispondenti agli elementi che secondo l’autore costituivano l’universo. Il Libro della Terra è dedicato a considerazioni generali sull’arte militare e sulla figura del samurai. Il Libro dell’Acqua si sofferma sull’atteggiamento della mente e del corpo in battaglia, che devono avere la stessa flessibilità dell’acqua per combattere l’avversario. Il Libro del Fuoco parte dall’idea che anche una piccola fiamma può scatenare un incendio, per spiegare come tale principio può essere applicato in battaglia. Nel Libro del Vento, l’elemento “vento” equivale allo “stile”, perciò vengono analizzate le diverse scuole di spada.
L’ultimo è il Libro del Vuoto, brevissimo e prettamente filosofico. Il Vuoto è ciò che non c’è e non si può conoscere e rappresenta la massima libertà. Solo conoscendo l’esistente, si può conoscere il non esistente.

Un’iscrizione relativamente recente, che tra le altre cose spiega come Miyamoto Musashi abbia iniziato a scrivere Il Libro dei Cinque Anelli proprio nella grotta, nel 1643. | Foto di Gianpiero Mendini

“Esamina, escogita, addestra”, scrive Miyamoto Musashi nei primi quattro volumi. Seguendo la sua strada, si potrà arrivare a uno spirito libero, senza esitazioni. 

Nel libro, Miyamoto Musashi afferma: “rispetta il Buddha e gli dei, ma non dipendere da loro”. Chissà se sarà stato proprio il ritiro all’Unganzenji a ispirargli questa massima…

Una pausa al Café Kokopelli

Sarà per la natura del luogo, ma la visita all’Unganzenji e alla grotta mi ha lasciata in uno stato d’animo meditativo e rilassato. Non sono pronta per passare subito alla prossima tappa: sento il bisogno di una pausa per godermi le sensazioni che mi ha lasciato il tempio (e per mangiare qualcosa, perché ormai si è fatta quasi ora di pranzo).
L’Unganzenji è in un luogo isolato tra boschi e campagna, perciò non aspettatevi di trovare ampia scelta di ristoranti, né tantomeno un konbini.
L’unica opzione disponibile nelle vicinanze, però, è qualcosa di speciale e inaspettato : il Cafe+Antiques Kokopelli, una caffetteria che è anche un negozio di antiquariato e accessori.

Un locale delizioso, dall’atmosfera retrò e di ispirazione europea, ospitato in una casa di campagna.
Era proprio l’ambiente rilassato che cercavo dopo la visita al tempio e anche il cibo era ottimo, sia nel gusto che nella presentazione! 

Come Arrivare all’Unganzenji da Kumamoto

Con i mezzi pubblici: autobus Sanko Bus (産交バス) dal Sakuramachi Bus Terminal (桜町バスターミナル), fermata Iwato Kannon Iriguchi (岩戸観音入口) dopo circa 30 minuti; da lì proseguire a piedi per altri 20 minuti. Fate attenzione perché le corse dell’autobus non sono numerose nell’arco della giornata.

In auto: circa 30 minuti dalla stazione principale di Kumamoto; è la soluzione più comoda se avete la possibilità di noleggiare un’auto.

Il tempio è aperto al pubblico dalle 8.00 alle 17.00; il costo dell’ingresso è di 300 yen per gli adulti e 100 yen per i bambini.

L’Unganzenji può sembrare una meta trascurabile se paragonato ad altri templi o attrazioni più popolari e appariscenti. Ma se siete dalle parti di Kumamoto, non fate l’errore di tralasciarlo o di visitarlo in fretta. Arrivate presto al mattino e godetevi con calma l’atmosfera mistica di questo luogo immerso nella natura e nella storia.

Stefania Da Pont

Stefania Da Pont

Traduttrice e insegnante di giapponese, vivo in Italia ma mi sento a casa in Giappone. Bevo molto tè verde, leggo tanti libri, viaggio appena posso, colleziono bambole kokeshi e ceramiche giapponesi. Il karee raisu è il mio comfort food.

https://www.stefaniadapont.com/

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